Magnum
1985
AOR
Anno 2000. La mia giovane collezione di dischi ammontava ancora a qualche
decina di pezzi e io, ragazzo assetato di cultura musicale, quel giorno
d'inverno girovagavo nel Virgin Store nel centro della città, alla ricerca di
qualcosa in cui investire i piccoli risparmi derivanti dal bere una birra in
meno il sabato sera. Erano giorni particolari perché la Virgin stava chiudendo
i battenti, e quel negozio si era quindi trasformato in un paradisiaco discount
di dischi in mid price.
All'epoca ero affascinato in particolare dal metal più melodico e epico e,
proprio mentre scrutavo tra gli scaffali rock/metal la mia attenzione venne
rapita da una copertina dalle tinte calde. Una figura quasi sciamanica sembra
raccontare chissà quale storia fantastica ad un pubblico stupito e ammaliato di
folletti e nani dai cappelli appariscenti. Alcuni sorseggiano qualche
intruglio, un altro fuma una pipa dalla quale si dipana un fumo denso e vivo.
Il fuoco del camino riscalda la vecchia bettola nella quale si svolge la scena.
In alto la scritta...
Magnum.
On a Storytellers Night.
Gruppo formatosi a Birmingham nel lontano 1972, la formazione dei Magnum è
composta dal chitarrista Tony Clarkin, leader e scrittore di tutti i pezzi del
repertorio, Bob Catley a dirigere i giochi con la propria voce cosi
caratteristica, calda e ammaliante, Mark Stanway a impreziosire la portata con
le sue tastiere onnipresenti e infine Wally Love al basso e Jim Simpson alla
batteria, qui nella sua ultima apparizione in quanto verrà sostituito nel successivo
Vigilante dal talentuoso Mickey Barker.
I primi dischi, a partire da Kingdom of
Madness fino a The Eleventh Hour (1983), sono caratterizzati da un sound
ancora lievemente più grezzo e vicino a un Hard Rock con alcune componenti più
progressive ed epiche, ma i Nostri si evolveranno (pur senza mai stravolgere il
loro sound) verso lidi musicali più raffinati, definibili come Adult Oriented
Rock (AOR), ed emotivamente “forti”, passando anche per un periodo decisamente più
pop-oriented, tutte caratteristiche
che comunque erano già presenti in opere esemplari come Chase the Dragon (1982).
Ma torniamo a On a Storyteller’s Night, forse l’album che più di tutti
racchiude ogni sfumatura di questo immenso gruppo, e sicuramente il disco con
il quale definirono il loro sound e raggiunsero anche un successo importante.
Inserisco il disco nel lettore e la musica comincia a fluire.
Le note iniziali di How Far Jerusalem subito pervadono di epicità la
mia stanza e, anche se non aiutate dal misero stereo che le da vita, mi
introducono in un disco dall'atmosfera semplicemente magica, sognante, a volte
malinconica, altre trascinante...
"They are the victims of the night
Ride against the wind
Born to lose the fight"
La voce di Bob Catley si rivela subito in tutta la sua maestosità
lasciandomi quasi interdetto di fronte a un'interpretazione così profonda e
riuscita. Il ritornello arriva a rompere la tensione epica della strofa, e si
rileva subito un colpo vincente, un refrain perfetto che non mi
abbandonerà più da quel giorno.
Just Like an Arrow sembra una
redenzione, un pezzo decisamente più trascinante e ritmato che mi mostrò subito
l'altra faccia dei Magnum, quella cioè di un gruppo che oltre a scrivere pezzi
più "impegnati" sa anche regalare canzoni veloci, trascinanti, pop-oriented,
ma sempre accompagnate da una classe semplicemente superiore.
E così, con un alternarsi di umori che risulta già chiaro alla terza
canzone, arriva la Title Track, e qui semplicemente rimasi completamente
ammaliato dalla capacità narrativa del gruppo, che nella strofa sforna uno dei
momenti più commoventi della loro carriera, non ci sarebbe altro da
aggiungere...se non fosse che dopo una strofa così non arrivasse quel
ritornello, definibile più che altro come un anthem..
"Keep your night light burning"
E davvero non bisogna fare altro che lasciare che la
musica ti scorra nelle vene e ti segni per sempre, perché certi gruppi e certe
canzoni sanno scavarsi un posto d'onore dentro qualunque ascoltatore. Il disco
prosegue nella sua magica alternanza di pezzi più veloci come Steal Your
Heart e Before First Light, con altri più "teatrali",
epici e Pomp Rock come Endless Love e All England's Eyes, per
finire con la commovente ballata The Last Dance. La classe e geniali
melodie senza tempo come denominatore comune di ogni singolo pezzo dell'album,
nessuno escluso.
Un' ultima menzione la merita Les Morts Dansant.
Ricordo che quel giorno, la prima volta che misi il disco in quel (misero)
lettore, mi trovai interdetto di fronte alla bellezza delle note di tastiera
lievemente disegnate da Mark Stanway. Ho pensato davvero che non ci potesse
essere nulla al mondo di più bello e commovente di quell'incedere di tastiera,
supportato e impreziosito qua e là dagli arpeggi chitarristici dello sciamano
Tony Clarkin.
"Cannons roared in the valley they
thundered
While the guns lit up the night
Then it rained and both sides wondered
Who is wrong and who is right"
While the guns lit up the night
Then it rained and both sides wondered
Who is wrong and who is right"
Ho pensato che quel ritornello fosse qualcosa di quasi
ultraterreno, che le stupende immagini che Catley evocava con la sua voce
fossero semplicemente qualcosa che ti entra nel cuore per non lasciarlo mai
più.
"What a night though it's one of seven
What a night for the dancing dead
What a night to be called to heaven
What a picture to fill your head"
What a night for the dancing dead
What a night to be called to heaven
What a picture to fill your head"
L'ho pensato...e ora posso dire che non mi sbagliavo.

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